ASCOLI
PICENO
Dalle
Province : Ancona-Pesaro Urbino-Macerata-Ascoli
Piceno
Ascoli
Piceno Eventi
e Notizie
Ascoli
Piceno La vera storia:
Le popolazioni più antiche che hanno
abitato Ascoli Piceno hanno lasciato tracce della
loro presenza risalenti fino all'età paleolitica.
Solo più tardi, dal neolitico e dall'età
dei metalli, le testimonianze diventano più
probanti ed attestano insediamenti stabili ad economia
agricola e pastorale.
Stando ad antiche leggende, raccolte da Silio Italico,
Ascoli Piceno sarebbe stata fondata dal re pelasgo
Aesis . Verosimile è anche che la città
derivi il proprio nome dalla radice egeo-anatolica
as, significante insediamento urbano, reperibile in
molte altre antiche città dell'area mediterranea.
Secondo Festo, invece, Ascoli Piceno deve il suo nome
ai Sabini, che, emigrando verso l'odierna Ascoli per
celebrare la primavera sacra, una festività
pagana, levano come loro emblema il picchio, uccello
sacro a Marte.
Forte della sua posizione geografica quale posto di
blocco tra due fiumi, il Tronto ed il Castellano,
ed un torrente, il Chiaro, Ascoli va via via assumendo
una forte importanza.
Se nel 268 a. C., il Piceno entra nella zona d'influenza
di Roma, Ascoli riesce a conservare la sua indipendenza,
pur costretta ad accettare la condizione di civitas
foederata.
Deve essere già un grande centro commerciale
se Strabone la definisce ora colonia Asculum Picenum
nobilissima ora domiti hic Picentes et caput gentis
Asculum.
All'inizio del 91 a.C. scoppia la guerra sociale,
combattuta dalle genti italiche contro la supremazia
di Roma. Ascoli ha un ruolo tanto importante da segnarne
addirittura l'avvio.
Rivendica in nome delle popolazioni italiche - socii
- la cittadinanza romana per compartecipare alla amministrazione
ed alla direzione dell'impero in condizione di parità.
L'uccisione del proconsole Quinto Caio Servilio, del
legato Fonteio e di tutti i cittadini romani entrati
nel recinto della città per rimproverare gli
Ascolani, rei di tramare qualcosa contro l'aristocrazia
romana, segna l'inizio delle ostilità tra Roma
ed Ascoli.
La tradizione vuole che siano stati trucidati nel
teatro romano durante uno spettacolo. Questo tragico
fatto di sangue scatena la reazione di Roma. Dalla
capitale parte Pompeo Strabone con un forte esercito
per ridurre Ascoli all'obbedienza. Viene inizialmente
battuto più volte dai locali, posti in una
posizione militare imprendibile per natura e per arte.
Ma, dopo un lungo assedio durato due anni e mezzo,
la città deve cedere alla fortuna delle armi
nemiche, succube soprattutto della disparità
di forze favorevoli a Roma.
Guida la difesa della città Caio Vidacilio,
che, una volta sconfitto, preferisce finire i suoi
giorni assieme alla perduta libertà (89 a.C.).
Del lungo assedio sono testimonianza, ancora oggi,
le ghiande missili di piombo che è possibile
trovare nei campi più vicini alla città
e specialmente lungo il letto del Castellano, spinti
dalle piogge.
Tanti Ascolani danno prova di sublime valore e di
ingegno militare.
Ventidio Basso, figlio di un generale ascolano portato
a Roma assieme alla mamma dietro il carro trionfale
di Strabone, raggiungerà gli alti gradi di
pretore e pontefice.
Tito Vetuzio Barro diventerà pure celebre a
Roma.
Ma i Romani vincitori non hanno pietà dei vinti.
I capi vengono trucidati, molti abitanti mandati in
esilio, come testimoniano gli storici dell'epoca.
Floro scrive che l'intera città viene distrutta,
ma probabilmente è una esagerazione se si fa
fede a Cicerone, che poco dopo definisce Ascoli municipalis
honestissimi ac nobilissimi generis.
Cesare ha fretta di impadronirsi della città,
allorché passa il Rubicone, mettendo in fuga
Lentulo Spintere che prima aveva occupato Ascoli con
dieci coorti.
Plinio parla di Ascoli come di colonia di notevole
importanza. Antiche iscrizioni ne attestano la ragguardevole
posizione raggiunta.
Negli Itineraria romani, descrizioni schematiche di
tipo logistico delle vie del tempo, si parla di Ascoli
sita sulla Salaria, la quale parte da Roma, a Porta
Collina, passa lungo il Velino ed il Tronto, raggiunge
Asculum a 120 miglia circa per poi arrivare a Castrum
Truentinum, alla foce del Tronto sulla costa adriatica.
Sotto Roma imperiale, Ascoli risorge più splendida
che mai. Molti sono i monumenti romani, ben conservati
e giunti sino ai nostri giorni: Porta Gemina, Ponte
di Cecco, Ponte Augusteo sul Tronto, i resti del Teatro
e dell'Anfiteatro, due antichi templi - uno di ordine
corinzio, l'altro probabilmente ionico - ora inglobati
nelle Chiese di San Gregorio e di San Venanzio.
Non mancano neppure esempi di edilizia abitativa,
venuti alla luce durante lavori di ristrutturazione
al Palazzo di Giustizia ed al Palazzo dei Capitani.
Famoso il rinvenimento dell'emblematico mosaico policromo
con maschera centrale, ora conservato nel Museo Archeologico
Statale.
Ascoli viene citata con onore nella divisione delle
province fatta da Augusto e poi da Antonino Pio nel
152 d.C.. Sotto quest'ultimo imperatore, Asculum conosce
la prima persecuzione cristiana con tanti martiri,
tra cui Santa Venera e Sant'Antimo.
Nel 301 la città è sede del governatore
del Picenum Suburbicarium in contrapposizione al Picenun
Annonarium, facente capo ad Ancona. Nello stesso anno
arriva il primo vescovo residenziale, Sant'Emidio,
il quale, designato per decisa volontà di Papa
Marcellino, malgrado il suo timorato rifiuto, riesce
in breve tempo ad infondere una nuova vita alla comunità
cristiana picena ed a conquistarsi una indiscussa
autorità spirituale. Con la calata dei barbari,
Ascoli conosce una sensibile decadenza economica ed
intellettuale.
La miseria diffusa e crescente non sono né
stimolo né conforto a nuove costruzioni.
La vita si riduce ad una economia di sussistenza,
rifugiata nel grembo delle chiese e delle pievanie.
Ascoli Piceno riesce a difendersi dai Visigoti di
Alarico e di Ataulfo, i quali, impressionati dalla
cinta muraria e dall'invalicabile fossato naturale
costituito dal Tronto e dal Castellano, si allontanano
dalla città senza prenderla.
Rifocillano i propri uomini e cavalli nella campagna
circostante, razziando ed uccidendo dove possono.
La situazione strategica della città li consiglia
a rivolgere altrove le loro mire.
Riesce nell'intento, invece, il gotico Totila, il
quale, dopo aver occupato tutti i castelli della campagna,
cinge d'assedio la città. Questa deve cedere,
complice non solo la fame, ma anche la peste.
Paolo Diacono ricorda Asculum come il centro principale
del Picenum.
Nel 553, dopo la sconfitta e l'uccisione di Totila
e di Treia, la città passa all'esarcato di
Ravenna e dentro le sue mura si stabiliscono molti
Greci. Il potere, di nome, viene esercitato da un
Archonte o Dux, ma di fatto da un vescovo, il quale
va accentuando, sempre più, la propria autorità.
Dopo aver ridotto i forti di Castel Trosino e di Murro
in sepolcri dei Greci, il longobardo Faroaldo assedia
Ascoli da più parti e la saccheggia nel 578.
Strozza cittadini, dirocca torri, distrugge chiese
e palazzi, smantella cinta murarie.
Tra gli uomini votati alla difesa estrema della città
si distingue l'eremita Agostino, il quale, lasciato
l'eremo di San Marco, predica la necessità
di combattere e resistere fino all'ultimo uomo contro
la marea longobarda, ma lui e i suoi uomini laceri,
scalzi ed affamati devono alla fine soccombere.
Secondo orride costumanze barbariche, Agostino viene
trascinato per le strade legato a coda di cavallo,
assieme ai suoi tre figli. Finiscono, poi, trafitti
con le picche ed innalzati sulle case bruciate, quali
trofei di guerra. L'abitato viene dato alle fiamme
per la seconda volta, dopo quella del romano Strabone.
Solo nel 593, la regina Teodolinda consente la ricostruzione
della città e dei castelli, nonché il
rientro dei fuggiaschi, e Ascoli passa a far parte
del territorio del Duca di Spoleto per oltre due secoli,
pur senza seguirne sempre i destini e le volontà.
L'opera di Gregorio Magno che, grazie a Teodolinda,
riesce a convertire al cattolicesimo tutta la corte
longobarda, ottiene grossi risultati, attenuando non
solo il contrasto, ma anche l'avversione degli Ascolani
verso i Longobardi.
Con la fine del VII secolo, la cronistoria dei vescovi
ascolani prende sempre maggiore rilevanza, non solo
religiosa, ma anche politica.
La loro ingerenza nel governo della diocesi si allarga
notevolmente, in virtù anche di ottimi vescovi
quali Felice ed Euclere, quest'ultimo addirittura
longobardo.
Nel 774, il Duca di Spoleto, Ildeprando, si assoggetta
alla Chiesa e si rade la barba in segno di sottomissione,
secondo la consuetudine romana.
In segno di riconoscenza per tale gesto, malgrado
la sconfitta longobarda da parte dei Franchi, Papa
Adriano reintegra il Duca nella sua carica alla condizione
che si metta alle dipendenze di Carlo Magno.
Prende, così, forma il disfacimento dei poteri
dei duchi di Spoleto, i quali vanno diventando sempre
più nient'altro che semplici funzionari della
dinastia carolingia.
Tale processo storico si completa nel 789, allorché
il franco Guinigiso segna la fine della dominazione
longobarda e della sua influenza sulla città
di Ascoli, fino a quella data legata alle vicissitudini
del Ducato di Spoleto.
Ascoli diventa, così, una contea sotto la protezione
del pontefice, con un conte laico a capo, coadiuvato,
nell'esercizio del potere, dalla nobiltà locale.
Assurge al rango di capoluogo di contea del Sacro
Romano Impero, alle dipendenze di Carlo Magno, che
le riserva una condizione giuridica particolare, dovuta
alla singolare posizione strategica.
Da Ascoli Piceno Carlo, infatti, può facilmente
raggiungere Roma per rivendicazioni di ogni tipo,
passando per la Salaria o per il Ducato di Benevento,
di là dal Tronto.
La città passa, quindi, nelle mani di vari
vescovi-conti, la cui autorità deriva non in
quanto vescovi della città, ma in quanto conti
dell'Impero.
Questo equivoco sarà motivo di conflitti e
lotte soprattutto all'epoca dei Comuni, allorché
Ascoli dovrà difendere la propria indipendenza.
Primo vescovo-conte della città è Emmone,
il quale ben riordina Ascoli, consapevole del duplice
potere temporale e spirituale della sua carica.
Con saggia condotta fa di tutto perché le due
funzioni rimangano separate, dando ai chierici certe
mansioni ed ai laici altre a loro più consone.
Al vescovo-conte viene concesso il privilegio di battere
moneta, la quale portava le scritte Sant'Emidius e
de Esculo. Tale diritto la città conserverà
fino alla fine del 700. Intanto si edificano molte
torri, 82 in ventotto anni, ed alcuni ponti.
Da parte del vescovo-conte Stefano si dà un
forte impulso a quell'aspetto urbanistico che la città
prenderà nel Medioevo.
Tante torri in sì breve tempo devono, però,
non essere certamente un segno di pace, ma l'espressione,
in nuce, di uno spirito di parte, di fazione.
Qualcosa, sicuramente, va covando sotto la cenere.
Preconizzano le lotte per le investiture, l'eterna
divisione manichea dei guelfi e dei ghibellini.
Le discordie interne vengono alimentate da un privilegio
concesso da Urbano II nel 1091, che consente al Capitolo
ascolano il diritto di eleggere il proprio vescovo-conte,
da ratificare poi con nomina papale.
Se questo aumenta il potere ed il prestigio agli ecclesiastici,
ai laici non resta che pretendere un'autorità
che faccia da contraltare per un recupero di potere.
A tal fine si costituisce una nutrita schiera di partigiani
della corona imperiale, capeggiati da Argillano, il
quale fomenta il malcontento dei concittadini fino
a spingerli alla guerra civile.
Le opposte fazioni si schierano e la situazione pare
precipitare in un bagno di sangue con la città
in preda all'anarchia.
Uomo di fine senso politico, il vescovo-conte Stefano
arringa, durante la processione di Sant'Emidio, i
suoi cittadini sulla necessità di andare in
Terra Santa per la liberazione del Santo Sepolcro
piuttosto che ammazzarsi sul suolo patrio per ragioni,
a suo dire, poco serie. Se, infatti, tutta la cristianità
si va preparando per la prima Crociata, doveroso è
che anche gli Ascolani rivolgano le proprie energie
e forze verso quei lidi lontani piuttosto che azzuffarsi
in patria. Lo scopo del vescovo ha pieno successo.
Argillano si pone alla testa di un contingente, che,
forte di 14 capitani e 1400 uomini, parte per la Terra
Santa. Grandi sono le loro gesta ed eroica la morte
di Argillano, se lo stesso Tasso lo ricorda con un
ardente epitaffio nella Gerusalemme Liberata.
Dopo la breve parentesi orientale, le lotte tra partigiani
dell'impero e del papa riprendono più violente
che mai, pur con temporanei armistizi. Solo il vescovo
Presbitero riesce a comporre le fazioni, dopo aver
invitato in città nientemeno che l'imperatore
guelfo Lotario, il quale lo nomina conte.
La successione al trono del ghibellino Corrado III
complica la situazione, ma, ancora una volta, Presbitero
riesce a dominare le parti contendenti, recandosi
in Germania, malgrado i tempi difficili, per implorare
i buoni uffici dell'imperatore. Questi, per compensarlo,
lo eleva alla carica di principe, titolo che ancora
oggi i vescovi ascolani conservano di diritto. Se
grandi sono le opere spirituali ed umanistiche di
Presbitero, grande pure è il dolore nel vedere
gli scempi ed i lutti che arrecano i soldati del Barbarossa,
capeggiati dal legato Cristiano di Magonza.
Con il 1183, anno della morte del vescovo Gisone,
Ascoli ha il suo primo podestà e la costituzione
di un governo municipale come altre città italiane.
Ha termine, così, il duplice potere, religioso
e laico, dei vescovi-conti e si instaura il regime
comunale, salva maiestate pontificia.
Enrico IV, venuto in Italia per liquidare l'infelice
Manfredi, conte di Lecce, viene ricevuto ed osannato
in città per ben due volte. Nel 1225 arriva
San Francesco per predicare la pace e mettere su il
primo convento ascolano con trenta chierici e laici.
Federico II occupa e saccheggia Ascoli per ricondurla
all'obbedienza dell'imperatore.
Una tradizione vuole che la città, prima della
distruzione di 90 torri operata da Federico II, ne
contasse ben 200.
E' probabile che la cifra sia leggermente esagerata,
ma la città rimane in preda alle fiamme per
più giorni, per la terza volta nella sua storia.
I consoli vengono incatenati ed imprigionati, il vescovo
bandito, il dinasta guelfo ucciso nell'eccidio. Su
quell'immane tragedia la fazione ghibellina celebra
il suo trionfo, trasformando la vecchia contea in
un forte stato comunale, legato alle sorti dell'imperatore.
Questi, ben conscio che la posizione della città
gli offre la possibilità di rapide incursioni
strategiche verso qualunque obiettivo, le concede
il diritto di costruire il suo porto fortificato alle
foci del Tronto, l'antico Castrum Truentinum, ormai
insabbiato e distrutto dal tempo.
Tale privilegio, portato a compimento nel giro di
tre anni, lede la vecchia concessione fatta da Ottone
IV a Fermo sul pieno possesso del litorale adriatico
dal Potenza al Tronto. Si innescano, così,
lunghe e funeste guerre tra le due città che
durano, con alterne vicende, fino alla prima metà
del XVI secolo.
Il papa Giovanni XXIII, nel 1323, dà alla concessione
imperiale la controfirma papale, confermando agli
Ascolani il possesso, in feudo perpetuo, del porto,
capace di navi turrite, di galee e di barche da carico
e scarico.
Lo stesso pontefice pone i suoi buoni uffici perché
Ascoli e Venezia firmino un patto di amicizia e di
mutua assistenza per gli affari marittimi.
Le ostilità tra Ascoli e Fermo sono così
frequenti ed abitudinarie da essere considerate dagli
abitanti una sorta di calamità naturale. Al
primo scontro, avvenuto vicino al Tronto, hanno la
peggio gli Ascolani, ma, tre anni dopo, si prendono
la rivincita sui rivali. Segue la lunga guerra del
1280-86 che si chiude con l'invito del Papa ai due
contendenti a placare gli animi e a ritirarsi nelle
proprie terre.
In questo periodo Ascoli dà i natali a tre
degli uomini più illustri della sua storia:
Girolamo Masci da Lisciano il futuro Papa Niccolò
IV; Francesco Stabili detto Cecco d'Ascoli, il più
famoso accademico, astrologo e medico della Bologna
del tempo, bruciato vivo dall'Inquisizione a Firenze
nel 1327 e Domenico Savi, detto Meco del Sacco, anche
lui inquisito e condannato al rogo per eresia. Questi
ultimi, Cecco d'Ascoli e Meco del Sacco, rappresentano
l'espressione più drammatica della rivolta
contro l'eccessiva secolarizzazione e politicizzazione
della Chiesa del tempo.
Con l'inizio del XIV secolo la città conosce
un buon ventennio di pace, interrotto nel 1323, allorché
i suoi abitanti, paventando nella sede papale di Avignone
qualcosa di torbido contro il loro porto, invadono
tutto il territorio fermano, entrando fin dentro le
mura nemiche e commettendo orribili saccheggi ed eccessi
di sangue.
Nel 1348, gli Ascolani affidano il comando delle proprie
truppe a Galeotto Malatesta, signore di Rimini, il
quale, malgrado qualche scacco iniziale, come la perdita
della rocca di Porto d'Ascoli e la conseguente impiccagione
di quattordici suoi uomini, riesce in seguito a battere
sonoramente a San Severino i Fermani, mettendoli in
fuga e costringendoli a lasciare sul campo armi e
bagagli.
Una vittoria dal caro prezzo, che consente al Malatesta
di arrogarsi i più alti poteri decisionali.
Fa rafforzare tutte le rocche della città e,
portatavi dentro una sua fedele guarnigione, relega
nell'anonimato molti dei signori che lo hanno voluto
in Ascoli.
Per di più, cerca di vanificare l'antico Statuto
comunale al fine di diventare signore assoluto ed
incontrastato.
E vi sarebbe certamente riuscito se gli Ascolani non
avessero posto momentaneamente fine alla guerra contro
Fermo, fatti saggi dalle crudeltà del despota,
che fa trainare a coda di cavallo quattro dinasti
per le strade del centro per poi squartarli.
Nasce un'insurrezione popolare al grido ³morte
al tiranno². Viene messo in fuga il Malatesta
e i suoi scherani, scappando, non mancano di incendiare
e saccheggiare i castelli limitrofi.
Gli Ascolani riottengono la loro repubblica, ma devono
subire nel secolo successivo, le vessazioni del conte
Francesco Sforza. Questi, eletto dal Pontefice Vicario
della Marca, mette la sua sede in Ascoli e, per paura
di congiure, la riempie di patiboli.
Ad Antonio Bentivoglio, che cerca d'insidiargli la
Marca, riserva una tortura d'eccezione.
Catturatolo, lo mette in prigione a Fermo, lo fa torturare
a lungo, poi lo fa incapsulare in una pelle fresca
di vacca per essere quindi sepolto vivo a testa in
su. Un po' di pane ed acqua al giorno, fino a quando
la cancrena non lo divora completamente nella pelle
resa putrida dal tempo.
Malgrado tali supplizi, facili a trovarsi in un tempo
che ha altrove i Borgia a signori, l'Ascoli del Quattrocento
e del Cinquecento è un fervido cantiere di
opere pubbliche e private. Il denaro gira forte.
La città ha più che buoni rapporti commerciali
e politici con Venezia, Firenze, Roma, Genova, Napoli.
Vive in pieno il rinnovamento culturale, umanistico
e rinascimentale del tempo. Storiche sono le opere
urbanistiche realizzate.
Gli Ascolani riescono a liberarsi dagli Sforza, grazie
ai guelfi capeggiati dai Dal Monte, Sgariglia e Saladini,
a loro volta aiutati da un centinaio di montanari
di Luco di Acquasanta, capitanati da Vanne Ciucci.
Riottengono l'ordinamento repubblicano nel 1482, ma
devono sborsare 3000 scudi di tributo annuo al papa
Sisto IV per il riconoscimento della libertas ecclesiastica
che garantisce la libertà repubblicana, fatta
salva la sovranità pontificia e la dipendenza
da Santa Madre Chiesa.
La città diventa, intanto, preda delle fazioni
interne, guelfi contro ghibellini, ghibellini contro
guelfi, gli uni e gli altri, a loro volta, contro
altre fazioni e sottofazioni interne.
Primeggiano i Guiderocchi, tipici rappresentanti di
una nobiltà ascolana desiderosa di far solo
il proprio tornaconto. Questa famiglia va sempre più
acquisendo un potere dispotico sulla repubblica, dotata
di due organismi: il Consiglio dei Nobili o Senato
ed il Consiglio del Popolo.
Il potere tirannico di Astolfo Guiderocchi arriva
al punto da non accettare la pace che il Senato conclude
con Fermo, ma una sollevazione popolare, capeggiata
da guelfi ex ghibellini, al grido di "muoia il
tiranno, evviva il popolo", dà fuoco al
palazzo dei Guiderocchi, costringendoli all'esilio.
Seguono lotte accanite tra bande armate, tra agenti
sobillatori interni ed esterni che deteriorano le
libere istituzioni civiche. Ed i tempi sono così
tristi che gli Ascolani pensano sia meglio rimettersi
sotto le ali pontificie per evitare guai peggiori.
Alessandro VI, nel 1502, manda in città il
governatore romano Alberini, ma le cose non mutano.
Le cospirazioni e le congiure, anzi, si fanno più
fitte e portano all'incendio del Palazzo del Popolo
e del suo prezioso archivio, nel 1535.
Ai Guiderocchi seguono i Malaspina come signori assoluti.
La città vive ancora un brutto periodo, non
dissimile a quello di tante altre signorie più
illustri del tempo.
Paolo III invia in Ascoli il commissario Angelini,
perché ponga un freno alle guerre intestine.
Questi fa ingrandire e fortificare la rocca Malatesta
a Porta Maggiore su disegno di un Sangallo fiorentino.
L'anarchia materiale e morale del tempo è tale
che, se da una parte nasce il riformismo religioso
per un rinnovamento della chiesa, dall'altra viene
fuori un gesuitismo di reazione.
Tradire è la regola del giorno. In giro vanno
eserciti senza paga e senza guida, costituiti da masnadieri
e briganti. La guerra è il loro mestiere ed
alle reazioni popolari rispondono con stupri, saccheggi,
rovine ed incendi.
La bella moglie di Cola dell'Amatrice, il pittore
che ha lasciato in Ascoli pregevoli lavori d'arte,
dà un sublime esempio di fedeltà coniugale,
pagando con la vita.
Inseguita da soldati ebbri della sua bellezza, non
vedendo altro modo per salvare il proprio onore e
quello del marito, si getta in fuga da un'alta rupe,
ove il Chiaro dà nel Tronto.
Morto l'energico Giulio II, tredici ascolani congiurano
contro il governatore Sisto Vezio, vice-legato.
Questi si rifugia in duomo, ma viene raggiunto e scannato.
E' il 1555.
Non v'è limite alcuno allo scempio ed alla
profanazione. Il banditismo regna sovrano e trova
proseliti ovunque.
Nobili esiliati, criminali comuni, cittadini perseguitati
cercano nella macchia l'impunità o il rifugio.
Briganti e ribelli trovano nella crudeltà non
solo l'unico sistema di sopravvivenza, ma anche la
rivincita di ogni loro insopprimibile desiderio di
vendetta.
Il legato pontificio Rocca, dopo aver giustiziato
e squartato i banditi, nove alla volta, istituisce
una strana usanza.
Chiunque può uccidere un bandito, foss'anche
lui stesso un bandito. Sono concessi pingui premi
in natura o in denaro a chi dà loro la caccia.
Ascoli conosce uno dei periodi più tristi e
lugubri della sua storia civile, il Cinquecento.
Per punirla, Pio IV toglie alla città la giurisdizione
su alcuni castelli che Gregorio XIII restituirà
nel 1573.
Il pontefice ordina che, sotto la direzione del Sangallo,
si eriga una fortezza, la Fortezza Pia, contro i nemici
interni ed esterni ed allo scopo pure di coltivare
la speranza di un pronto recupero delle antiche libertà
comunali, divenute ormai una leggenda.
L'elevazione al trono di Sisto V, di Montalto Marche,
riporta un po' d'ordine nel governo e nell'amministrazione
locale. Papa rude e forte, invia in città il
governatore Landriani che cattura e fa impiccare ottanta
briganti.
Il cardinale Sangiorgi ne arruola 572 e li spedisce
in Ungheria a combattere contro i Turchi nel 1592,
con grandi promesse.
Agli inizi del XVII secolo, Ascoli conosce una buona
pace e diventa capoluogo di un'area esclusivamente
agricola, esaurite tutte le spinte industriali, commerciali
e politiche dei secoli precedenti. Nasce una nuova
figura sociale, il popolano, destinato a lunga vita.
Questi trova lavoro, vitto e alloggio nel palazzo
del padrone, più o meno ricco.
Vive all'ultimo piano o in soffitta, mentre il sor
occupa il piano nobile dell'edificio.
Il popolano fa tutti i lavori che al padrone servono.
Coltivare gli orti o i giardini della casa patrizia,
fare i lavori domestici, portare via sabbia, pietre
o legna dalle rive del Tronto secondo le necessità
padronali, trasportare le merci. Tutto quello che
ancora oggi in dialetto ascolano vien detto "le
mmasciate".
Tra le varie attività commerciali, continua
la lavorazione dei filati di seta che coinvolge quasi
tutte le famiglie, permettendo loro di vivere alla
giornata.
Le cronache cittadine dei secoli XVII-XVIII registrano
solo gare di famiglie, nozze e feste, miracoli, atti
sporadici e proditori di masnadieri.
Una vita tranquilla, vissuta tra le due rocche che
signori e papi le hanno posto attorno: la Fortezza
Pia e la rocca di Porta Maggiore, dove è di
guardia un piccolo presidio di Corsi, fedeli guardie
papaline ancor prima delle svizzere.
Molti nobili ascolani, mal sopportando la lunga pace
e preferendo continuare le tradizioni belliche di
famiglia, si mettono al soldo di Venezia, Austria,
Francia e Spagna.
La città non vede né minacce né
guerre di sorta, ma solo qualche passaggio di truppe
straniere. La vita scorre senza turbamenti. Gli esempi
di Venezia e di Firenze, promotrici di accademie agrarie
decentrate, producono qualche progresso agricolo nella
fertile vallata del Tronto, dove giungono pure gli
echi del movimento illuminista francese. Con la rivoluzione
dell'89, Ascoli subisce l'invasione delle armi straniere
come altre città italiane.
Scoppiati i moti del 1797 a Roma, il Consiglio generale
di Ascoli decreta, il 28 Febbraio 1798, di democratizzare
il governo locale, dando parte uguale del potere decisionale
ai nobili, ai dotti, ai mercanti, ai contadini ed
istituendo la guardia civica.
Ma, partito Napoleone dall'Italia, le monarchie europee
hanno buon gioco e fanno scattare i loro sensi di
solidarietà per reprimere le varie repubbliche,
sorte qua e là.
In Ascoli la sollevazione contro la rivoluzione è
generale ed a rafforzarla si aggiunge l'opera dei
briganti.
Famosa la figura di Giuseppe Costantini, detto Sciabolone,
che riesce a capeggiare alcune bande insurrezionali,
a cui si aggiungono quelle guidate dal De Donatis,
uno strano prete ribelle, divenuto più tardi
cappellano dei briganti.
Queste formazioni, dopo un'imboscata tesa ai soldati
giacobini a Ponte d'Arli, entrano in Ascoli il 23
gennaio 1799. Seguono scaramucce e tumulti che si
allargano fino alle gole dell'alto Tronto con esito
ancora favorevole alla repubblica.
Il 12 giugno, però, Sciabolone deve, malgrado
il grande coraggio, fuggire dalla città, inseguito
dal generale francese Monnier, il quale lascia, per
vendetta, che la città venga saccheggiata dai
suoi uomini.
La confusione politica è indescrivibile, un'anarchia
paurosa si instaura con passaggi repentini di uomini
e capi dall'una all'altra parte. Non basta la costituzione
di un Governo Provvisorio per porre fine ai disordini.
Bande insurrezionali sorgono dovunque e fanno del
latrocinio la regola di vita.
Nel 1808 Napoleone fa di Fermo, Camerino ed Ascoli
una sola provincia, chiamata Dipartimento del Tronto.
La città diventa così la parte più
meridionale del Regno d'Italia, subordinata a Fermo.
Caduto Napoleone I, autorità municipali e popolazione
fanno grandi dimostrazioni di giubilo per la restaurazione
del governo pontificio. Questa volta non ci sono né
vendette né spargimenti di sangue, ma solo
cambiamenti istituzionali: al diritto napoleonico
si sostituisce quello canonico o romano, alla guardia
nazionale quella provinciale, ai nuovi uomini quelli
della vecchia guardia.
La proclamazione della Repubblica Romana nel 1849
trova in Ascoli forti simpatie ed adesioni. Vengono
mandati a Roma per l'Assemblea Costituente delle Città
Libere d'Italia i deputati Vecchi e Tranquilli.
Garibaldi, nel suo viaggio per Roma, passa da Ascoli
e desta grossi entusiasmi tra la popolazione.
Abbraccia pubblicamente Sciabolone e gli fa dono di
una sua spada. Caduta Roma, arriva quale commissario
straordinario Felice Orsini, divenuto famoso più
tardi per l'attentato a Napoleone III.
I papisti non infieriscono subito sugli avversari,
anche perché Austria e Francia, che hanno stroncato
la Repubblica Romana, hanno fama di essere liberali.
Le vendette giungono più tardi. Una attenta
censura scruta opinioni e fatti di ogni persona.
Ciò malgrado, Ascoli Piceno segue con passione
tutti i moti italiani che portano all'indipendenza
e alla libertà.
Circa 80 volontari combattono nel 1859 a San Martino.
Con l'unità d'Italia, nel 1860, ad Ascoli viene
restituita la primitiva dignità di centro del
Piceno che il Regno Italico le aveva tolto, divenendo
la città capoluogo di una nuova e grande provincia.
Il resto della sua storia è nella storia d'Italia.
------------------------------------------------------------------
Segnalaci
un evento, una manifestazione, una località
dell'entroterra, un evento eno-gastronomico...
... da far conoscere a tutti i nostri visitatori.
Clicca
qui e comunicaci i dettagli della manifestazione...:
redazione@marcheintour.it